Dal 3 APRILE 2018

mar-sab ore 20.30 dom ore 17.30

 

ARGOT PRODUZIONI

TEMPESTA

 

di William Shakespeare

adattamento e regia Maurizio Panici

con Luigi Diberti, Pier Giorgio Bellocchio, Claudia Gusmano, Veronica Franzosi, Matteo Quinzi, Antonio Randazzo e Andrea Standardi

musiche Giovanni Di Giandomenico

scenografia Francesco Ghisu

costumi Anna Coluccia

light designer Giuseppe Filipponio

aiuto regia Maria Stella Taccone

 

durata 100'

 

foto di copertina di Manuela Giusto

 

  • "Maurizio Panici lascia il pubblico e l’equipaggio della nave di Antonio, usurpatore del ducato di Milano, in balia del dramma, della commedia, ma soprattutto della parola in quanto tale che dopo il naufragio sembra approdare anch’essa sull’isola, lambire i piedi e farsi essa stessa mantello di un Prospero che proprio nella parola ripone la sua potenza. Al netto della riduzione che esalta del dramma in cinque atti non il contesto storico, non le lunghe esposizioni di antefatti ma una fruizione più agevole e simbolica, nel quale il contesto dell’opera si fa metafora del contemporaneo e la visione è tesa fortemente a interagire con la sensibilità del pubblico, la vicenda è quella dell’esiliato Prospero. [...] Mentre Miranda e Ferdinando si innamorano, mentre Calibano ruggisce e i naufraghi si attaccano a una bottiglia come illusorio legno nella tempesta che invece va vissuta come atto di rinascita. Lì, in alto, i microfoni sono solo per chi possiede il dono della parola. «Canta, Ariel, canta dolcemente, pericolosamente», scrive Auden e recita Prospero, e l’Ariel diretta da Panici, un’ispiratissima Claudia Gusmano, istrionica e seducente le segue: canta la sua Another Brick in the Wall – libertà! Della e dalla parola – e si muove in quella separazione dei corpi che vive con Prospero. Lei gambe e lui braccia da tendere ai libri prima e agli uomini poi; lei spirito aereo lui uomo che abbandona il trono della magia, che scende nella terra liberandosi del mantello con cui si erge a demiurgo, a consacrare il dramma di quel Prospero che diventa uomo e afferra tremando “il silenzioso passaggio dello sconforto”, riconciliandosi così con la società degli uomini".

    Luca Lòtano
    Teatro & Critica
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  • "Maurizio Panici lascia il pubblico e l’equipaggio della nave di Antonio, usurpatore del ducato di Milano, in balia del dramma, della commedia, ma soprattutto della parola in quanto tale che dopo il naufragio sembra approdare anch’essa sull’isola, lambire i piedi e farsi essa stessa mantello di un Prospero che proprio nella parola ripone la sua potenza. Al netto della riduzione che esalta del dramma in cinque atti non il contesto storico, non le lunghe esposizioni di antefatti ma una fruizione più agevole e simbolica, nel quale il contesto dell’opera si fa metafora del contemporaneo e la visione è tesa fortemente a interagire con la sensibilità del pubblico, la vicenda è quella dell’esiliato Prospero. [...] Mentre Miranda e Ferdinando si innamorano, mentre Calibano ruggisce e i naufraghi si attaccano a una bottiglia come illusorio legno nella tempesta che invece va vissuta come atto di rinascita. Lì, in alto, i microfoni sono solo per chi possiede il dono della parola. «Canta, Ariel, canta dolcemente, pericolosamente», scrive Auden e recita Prospero, e l’Ariel diretta da Panici, un’ispiratissima Claudia Gusmano, istrionica e seducente le segue: canta la sua Another Brick in the Wall – libertà! Della e dalla parola – e si muove in quella separazione dei corpi che vive con Prospero. Lei gambe e lui braccia da tendere ai libri prima e agli uomini poi; lei spirito aereo lui uomo che abbandona il trono della magia, che scende nella terra liberandosi del mantello con cui si erge a demiurgo, a consacrare il dramma di quel Prospero che diventa uomo e afferra tremando “il silenzioso passaggio dello sconforto”, riconciliandosi così con la società degli uomini".

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L’ultimo grande testo di William Shakespeare, per molti un testamento, ma anche l’inizio di una nuova era. Oggi più che mai il sapere determina il controllo su tutto quello che si muove. Prospero ha il potere della conoscenza, è l’uomo che dà un nome alle cose, le fa esistere o le nega, è artefice della percezione di una realtà che continuamente ci sfugge e che ha bisogno di essere letta e decifrata.

 

"Ho lavorato due anni sulla riduzione di questo testo, concentrandomi sulla parola, una parola che diventa strumento di riscatto di un naufragio che è atto necessario per una possibile rinascita, dove la tempesta è lo specchio di una situazione prepotentemente attuale: duchi e mozzi, signori e poveracci convivono e s’intrecciano su uno stesso sfondo, questi ultimi espropriati dal potere della parola".

Maurizio Panici

 

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