
8 maggio 2026 ore 20.30
GRANDMOTHER TONGUE
un progetto di teatro documentario di Federico Mattioli
con Elena Orsini Baroni
Grandmother Tongue è un requiem per le lingue in via di scomparsa e una riflessione performativa sulla perdita del passato culturale, ma anche un tentativo di trattenerne le tracce, di ascoltarne le eco prima che si dissolvano definitivamente. Il progetto nasce da una serie di video-interviste in cui a persone di diverse origini è stata posta una domanda essenziale e al tempo stesso vertiginosa: se la propria lingua dovesse scomparire domani, quale unica parola varrebbe la pena salvare?
Le risposte — intime, poetiche, talvolta intraducibili — compongono un mosaico di memorie e visioni del mondo. Ogni parola scelta diventa un frammento di universo, un condensato di affetti, gesti, paesaggi, relazioni. Da questo materiale prende forma un archivio digitale, in cui ogni lingua sopravvive attraverso una parola e una testimonianza, raccolte nella piattaforma mygrandmotherlanguage.com. L’archivio non è solo un contenitore, ma uno spazio vivo, in continua espansione, che interroga chi lo attraversa e lo invita a riflettere sul proprio rapporto con la lingua e con ciò che rischia di andare perduto.
Questo patrimonio diventa la base di una performance teatrale (il “lato A” del progetto), che intreccia le voci raccolte con la relazione personale dell’autrice con l’Emiliano e il suo patrimonio culturale. In scena, il dispositivo documentario si trasforma: le testimonianze si incarnano, si sovrappongono, si frammentano, creando un tessuto sonoro e narrativo in cui il confine tra archivio e autobiografia si fa poroso. La lingua non è più solo oggetto di indagine, ma materia viva, corpo, respiro.
Tra memoria individuale e collettiva, Grandmother Tongue esplora il legame profondo tra lingua, identità e perdita, interrogando ciò che resta quando una lingua si spegne: quali gesti sopravvivono, quali silenzi emergono, quali nuove forme di espressione diventano possibili. Il progetto si configura così come una pratica di ascolto e di cura, capace di trasformare un’indagine documentaria in un’esperienza scenica intima e universale, dove ogni spettatore è chiamato a riconoscere la propria “lingua madre” — reale o simbolica — e a confrontarsi con la sua fragilità.
Un primo studio del lavoro è stato presentato nell’ambito del premio di drammaturgia Atti Futuri, ottenendo una residenza al Nuovo Teatro delle Commedie di Livorno. Questo percorso di ricerca continua a evolversi, aprendosi a nuove collaborazioni, nuovi contributi e nuove lingue, con l’obiettivo di ampliare l’archivio e approfondire la dimensione performativa, mantenendo al centro una domanda semplice e radicale: cosa vale la pena salvare, quando tutto il resto rischia di scomparire?
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